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 In occasione del XX Congresso dell’Associazione Italiana Psicologia dello Sport (AIPS), tenutosi dal 23 al 25 maggio 2014 a Rovereto (TN), è stato presentato uno studio pilota sulla prevenzione del fenomeno dell’abbandono (drop out) dello sport nelle adolescenti. Lo studio è il frutto della collaborazione tra lo SPAEE (Servizio di Psicologia dell’Apprendimento e dell’Educazione) dell’Università Cattolica di Milano e della Scuola dello Sport del Coni- Regione Lombardia.

In Italia la percentuale di abbandono sportivo è particolarmente alta e comunque superiore agli indici di molti altri paesi europei (Istat, 2011). Alla luce dello stato dell’arte, lo studio si propone di identificare e comprendere le dinamiche e i fattori che entrano in gioco quando un giovane atleta decide di abbandonare la pratica sportiva, anche in considerazione dell’incidenza della tipologia di attività praticata (sport di squadra vs. individuale).

Hanno partecipato a questa prima fase dello studio 157 ragazze lombarde di età compresa tra i 14 ed i 18 anni, cui sono stati somministrati una serie di questionari, tra i quali la Sport Motivational Scale (Pelletier et al, 2013; Traduz. it. Cantoia, Crippa, Simoncelli e Vagli, 2014) e lo Sport Competition Anxiety Test (Martens, 1977).

Dai risultati emerge una netta differenza tra atlete che praticano sport individuali e di squadra: negli sport individuali le ragazze sono meno motivate o motivate in modo meno costruttivo, subiscono maggiormente la pressione dell’ansia e tendono a deresponsabilizzarsi rispetto agli esiti dell’attività. Inoltre, in situazione di competizione, queste atlete risentono negativamente del supporto esterno della famiglia e degli amici. Per converso, sembrerebbe emergere un effetto motivante della squadra: la condivisione dei vissuti esercita un’influenza positiva sulla percezione di sé e porta ad una maggiore assunzione di responsabilità.

Queste prime analisi sembrerebbero quindi indicare un maggiore rischio di drop out negli sport individuali e la necessità di interventi di empowerment personale per queste atlete.

Nell’attesa della pubblicazione dello studio, queste prime indicazioni possono aiutare gli addetti ai lavori nell’individuare quegli tipologie di attività e quelle atlete più a rischio, in modo tale da poter intervenire sostenendo quelle aree critiche che i primi dati portano alla luce.

 

Maria Chiara Crippa, Caterina Simoncelli, Matteo Vagli

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